Puntata 01 | La Storia di Mondello – Dalle grotte dell’Addaura al sogno del Principe di Scalea

Mondello, oggi sinonimo di mare cristallino e architettura liberty, affonda le sue radici in una storia che risale alla preistoria. È un racconto che comincia molto prima degli ombrelloni e delle ville eleganti: nelle grotte dell’Addaura, dove quindicimila anni fa i nostri antenati lasciarono le prime tracce della presenza umana in Sicilia.

Le origini preistoriche

Le prime testimonianze dell’uomo in Sicilia risalgono al Paleolitico inferiore, periodo in cui furono ritrovati utensili di selce e quarzite, segno di una vita primitiva ma già organizzata.
Ma è nel Paleolitico superiore che Mondello, o meglio la sua area costiera, divenne teatro di una delle più straordinarie espressioni artistiche rupestri d’Europa: i graffiti dell’Addaura.

Scoperti per caso nel 1952, i graffiti furono inizialmente scambiati per segni lasciati dai rifugiati dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Ma ben presto gli studiosi ne riconobbero l’autenticità e l’eccezionale valore.
Sulle pareti della grotta, con vista mozzafiato sul golfo, si staglia una scena rituale: nove figure disposte in cerchio attorno a due corpi distesi, con i segni sessuali accentuati, forse simbolo di fertilità e rinascita. Attorno, cervi e cavalli completano la scena. È una delle più antiche rappresentazioni di danza rituale mai scoperte nel mondo.

Gli abitanti dell’Addaura, i primi “mondelliani”, vivevano in grotte naturali e conducevano un’esistenza semplice, ma già dotata di un senso artistico e spirituale che stupisce ancora oggi.

Il pantano di Mondello e la malaria

Saltiamo avanti di molti millenni. Tra Settecento e Ottocento, Mondello non era ancora la località balneare elegante che conosciamo: era un’area paludosa e malsana, conosciuta come il pantano di Valdese.
In quelle contrade — Valdese, Buffa, Martini, Mattei e Saline — la vita si svolgeva in equilibrio precario tra miseria e sopravvivenza. Gli abitanti sfruttavano le piante palustri per la cesteria e per la produzione di corde, utili alle attività della vicina tonnara.
Ma l’aria era irrespirabile, e la malaria falciava vite con una frequenza drammatica.

Non si conoscono con certezza le cause dell’epidemia: alcuni ipotizzano un innalzamento delle temperature che favorì la diffusione di zanzare anofele, altri parlano di carcasse animali in decomposizione che contaminarono le acque stagnanti. Forse entrambe le cose.
Fatto è che per quasi tre secoli il nome “Mondello” evocò malattia e morte.

L’intervento dei Borbone e i primi tentativi di bonifica

Nel 1798, Ferdinando IV di Borbone giunse a Palermo per sfuggire all’aria “poco salubre” di Napoli. Tentò di migliorare la situazione ambientale con la costruzione di canali di drenaggio, ma la leggenda racconta che il Re fosse più interessato alla pesca dei cefali e delle anguille del pantano che al suo risanamento.
Così trascorse la prima metà dell’Ottocento, con tentativi maldestri e risultati disastrosi.
Quando il Comune di Palermo cercò nuovamente di “infrenare la malsania di Mondello” — come scrissero i professori Giuseppe Albeggiani e Giuseppe Inzenga — il rimedio peggiorò il male. La costruzione di una fitta rete di canali a ridosso della spiaggia provocò un ulteriore ristagno delle acque, terreno ideale per la proliferazione delle zanzare. Non c’era chinino che bastasse.

Il Principe di Scalea e la rinascita

Fu solo all’alba del Novecento che la storia cambiò direzione.
Francesco Lanza Spinelli, Principe di Scalea e Senatore del Regno, decise di mettere fine alla tragedia. Dalla sua villa ai Colli — da cui la via “Lanza di Scalea” prende oggi il nome — osservava l’infelice pantano e le popolazioni afflitte dalla malaria.
Con spirito illuminato e grande sensibilità civile, il Principe promosse la “colmata del pantano”, un’opera titanica di bonifica e risanamento ambientale.

Vennero installati binari ferroviari provvisori su cui correvano carrelli carichi di terra proveniente dalla Real Tenuta della Favorita. La terra veniva scaricata per riempire i canali e sollevare il livello del terreno rispetto al mare.
Così, metro dopo metro, vennero sepolti i focolai di infezione, le larve di insetti, le piante marcescenti e perfino parte delle antiche saline.
Mondello, da luogo di morte, cominciò a trasformarsi in terra di rinascita.

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